Quando una persona arriva in studio spesso non porta soltanto un sintomo: porta la sensazione di essere ferma. Ansia che ritorna, tristezza difficile da spiegare, tensioni nella coppia, paura di non essere all’altezza o difficoltà nell’intimità possono occupare molto spazio nella vita quotidiana. L’approccio neo ericksoniano in psicoterapia parte da qui: non considera la sofferenza un difetto da eliminare in fretta, ma un segnale da ascoltare per comprenderne il significato e ritrovare possibilità di cambiamento.
Questo orientamento non propone soluzioni standard. Ogni persona ha una storia, un modo personale di sentire, relazioni importanti e risorse che, in un periodo di fatica, possono sembrare lontane o inaccessibili. Il lavoro terapeutico aiuta a riconoscerle e a utilizzarle in modo più consapevole.
Che cos’è l’approccio neo ericksoniano in psicoterapia
L’approccio neo ericksoniano si ispira al lavoro dello psichiatra Milton H. Erickson e ne sviluppa alcuni principi in una pratica clinica contemporanea. Al centro non c’è l’idea che il terapeuta debba imporre una strada già definita, ma la costruzione di un percorso attento alla persona, al suo linguaggio, ai suoi tempi e alle sue capacità di risposta.
In psicoterapia, questo significa considerare il cambiamento come un processo che può nascere anche da piccoli spostamenti: un pensiero guardato da una prospettiva diversa, un comportamento sperimentato con maggiore libertà, un’emozione che finalmente trova parole. Non sempre chi soffre ha bisogno di ricevere molte spiegazioni. Talvolta ha bisogno di fare esperienza, in un contesto protetto, del fatto che può reagire diversamente a ciò che finora lo ha bloccato.
Il termine “neo” indica proprio un’elaborazione attuale di questa eredità clinica. Non si tratta di applicare tecniche uguali per tutti, né di cercare scorciatoie. Il lavoro richiede ascolto, competenza e una definizione condivisa degli obiettivi terapeutici.
Il sintomo non è il nemico
L’ansia, un calo dell’umore, l’insonnia, la rabbia frequente o una difficoltà sessuale non compaiono casualmente. Possono essere collegati a momenti di pressione, perdite, conflitti, cambiamenti familiari o lavorativi, esperienze passate che continuano a influenzare il presente. Possono anche diventare modalità con cui una persona cerca, senza volerlo, di proteggersi da qualcosa che percepisce come troppo doloroso o rischioso.
Questo non significa che il sintomo debba essere accettato passivamente. Significa, piuttosto, evitare di combatterlo senza comprenderlo. Se una persona vive un attacco d’ansia prima di esporsi al giudizio degli altri, il lavoro non si limita a ridurre la paura del momento. Può diventare utile esplorare il bisogno di controllo, le aspettative molto severe verso se stessi, le esperienze relazionali che rendono difficile sentirsi adeguati.
L’obiettivo è ridurre la sofferenza e, nello stesso tempo, creare cambiamenti più stabili. Quando si comprende il funzionamento di un disagio, diventa più facile riconoscere i segnali iniziali, scegliere risposte nuove e non ritrovarsi ogni volta nello stesso circolo.
Risorse personali: non un invito a “farcela da soli”
Parlare di risorse personali può sembrare poco realistico a chi si sente svuotato, confuso o sopraffatto. In terapia, però, una risorsa non è necessariamente una qualità eccezionale. Può essere una capacità già presente ma poco utilizzata: saper chiedere aiuto, accorgersi dei propri limiti, ricordare un periodo affrontato con coraggio, proteggere uno spazio personale, riconoscere un bisogno invece di ignorarlo.
L’approccio neo ericksoniano cerca questi punti di appoggio senza negare le difficoltà. Non invita a pensare positivo o a minimizzare ciò che fa male. Aiuta invece a osservare cosa accade nei momenti in cui il problema pesa un po’ meno, quali condizioni favoriscono un maggiore equilibrio e quali strategie, pur nate con buone intenzioni, oggi mantengono la sofferenza.
Per alcune persone il cambiamento inizia dal dare un nome più preciso alle emozioni. Per altre, dal mettere un confine in una relazione o dal interrompere l’abitudine a rimandare continuamente ciò che conta. Il percorso dipende dalla domanda portata, dalla storia individuale e dalla complessità del contesto di vita.
La dimensione relazionale del disagio
Nessuno vive isolato. Le difficoltà individuali influenzano la coppia, la famiglia, il lavoro e le amicizie, ma accade anche il contrario: certe dinamiche relazionali possono alimentare ansia, senso di colpa, bassa autostima o chiusura emotiva.
Nel mio lavoro integro l’orientamento neo ericksoniano con l’analisi relazionale e sistemica. Questo permette di osservare sia l’esperienza interna della persona sia il modo in cui interagisce con gli altri. Non per attribuire colpe a qualcuno, ma per riconoscere schemi che si ripetono e che possono essere modificati.
Pensiamo a una coppia in cui ogni discussione finisce nel silenzio. Uno dei due può insistere per ottenere rassicurazioni, mentre l’altro si allontana per evitare il conflitto. Più il primo insiste, più il secondo si chiude; più il secondo si chiude, più cresce l’angoscia del primo. Comprendere questa sequenza può essere molto più utile che stabilire chi abbia ragione.
Lo stesso vale per le difficoltà sessuali. Desiderio, eccitazione, piacere e intimità possono risentire di stress, preoccupazioni, aspettative, vergogna, conflitti non espressi o paura di deludere. Affrontare questi temi con rispetto e competenza consente di uscire dal silenzio e di considerare la sessualità come parte della vita emotiva e relazionale della persona.
Come si svolge un percorso terapeutico
I primi colloqui sono dedicati alla comprensione della situazione: cosa sta succedendo, da quanto tempo, quali tentativi sono già stati fatti e quale cambiamento la persona desidera raggiungere. Non è necessario arrivare con le idee chiare. Spesso la richiesta di aiuto nasce proprio quando non si riesce più a capire da soli cosa fare.
Nel corso degli incontri si lavora attraverso il dialogo, l’osservazione delle esperienze quotidiane e, quando appropriato, strumenti comunicativi ed esperienziali scelti in modo personalizzato. Le metafore, le immagini e le domande mirate possono aiutare a contattare aspetti emotivi che una spiegazione solo razionale non riesce a raggiungere.
Alcune persone associano l’approccio ericksoniano all’ipnosi. Quando viene utilizzata in un contesto psicoterapeutico, non è perdita di controllo né uno stato in cui si fa qualcosa contro la propria volontà. È un possibile strumento di attenzione focalizzata e rilassamento, proposto solo quando è utile al percorso e condiviso con la persona. Non è indispensabile per tutti, né rappresenta il centro di ogni trattamento.
La durata della psicoterapia varia. Dipende dalla natura della difficoltà, dalla sua storia, dagli obiettivi e dalla risposta individuale al lavoro. Promettere tempi identici per chiunque sarebbe poco serio. Ciò che conta è costruire un percorso chiaro, verificando nel tempo ciò che sta cambiando e ciò che richiede ulteriore attenzione.
Quando può essere utile rivolgersi a uno psicoterapeuta
Un supporto psicoterapeutico può essere utile quando il disagio comincia a limitare il lavoro, lo studio, il sonno, la vita sociale o la serenità nelle relazioni. Può esserlo anche quando, pur senza una crisi evidente, si avverte da tempo una distanza da se stessi: si ripetono gli stessi rapporti insoddisfacenti, si vive con un senso costante di tensione o si fatica a immaginare un futuro diverso.
Chiedere aiuto non significa non avere risorse. Spesso significa riconoscere che quelle risorse hanno bisogno di essere ritrovate, organizzate e sostenute in un momento complesso. Un incontro con un professionista può offrire uno spazio riservato in cui rallentare, comprendere meglio ciò che accade e iniziare a trasformare ciò che oggi sembra immobile.
Se senti che la sofferenza sta chiedendo attenzione, non devi aspettare che diventi insostenibile. Dare ascolto a quel segnale può essere il primo gesto concreto di cura verso di te.